Il 12 gennaio 2026 il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, ha annunciato l’introduzione di un dazio del 25% su tutti i beni provenienti da Paesi che intrattengono relazioni commerciali con la Repubblica Islamica dell’Iran.
Secondo quanto comunicato dal Presidente sui propri canali social, la misura avrebbe decorrenza immediata e mira a esercitare pressione sul governo iraniano in risposta alla brutale repressione delle manifestazioni interne. Ad oggi, tuttavia, non è stato pubblicato alcun provvedimento normativo ufficiale sui canali governativi statunitensi per disciplinare l’applicazione pratica del dazio, il che lascia la misura confinata a un annuncio di natura politica e genera significative incertezze operative sulle modalità concrete di attuazione.
Le relazioni commerciali più rilevanti con l’Iran riguardano principalmente la Repubblica Popolare Cinese, partner commerciale principale, l’India, importatore significativo di greggio iraniano, gli Emirati Arabi Uniti, hub commerciale e finanziario, la Turchia, gateway commerciale e logistico, e l’Iraq, con rapporti commerciali e finanziari significativi.
Rimangono inoltre aperte questioni critiche, come la cumulatività tariffaria: non è chiaro se il nuovo dazio del 25% si sommerà alle aliquote già in vigore, ad esempio il 45% per la Cina o il 40% per l’India sul petrolio russo, oppure se le sostituirà. Ci si attende che queste questioni trovino risposta una volta pubblicato il provvedimento normativo ufficiale che stabilirà le modalità di applicazione del dazio
Sul piano internazionale, la Repubblica Popolare Cinese ha già espresso la propria posizione attraverso il portavoce dell’ambasciata a Washington, Liu Pengyu, comunicando l’intenzione di “adottare tutte le misure necessarie per tutelare i propri diritti e interessi legittimi”, a testimonianza del rischio di ritorsioni e di un’eventuale escalation della competizione commerciale globale.
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