Il 1° ottobre scorso l’Assistant Attorney General del Dipartimento di Giustizia statunitense (“DoJ”), Colin M. McDonald, ha emesso una direttiva che individua formalmente evasione tariffaria, importazione irregolare di beni e servizi e violazioni alla normativa sul lavoro forzato tra le priorità del DoJ nelle indagini su illeciti societari.
La direttiva, pur non creando nuovi obblighi a carico degli operatori economici statunitensi, manda un segnale chiaro su dove si concentrerà l’enforcement federale nei prossimi anni.
Agli operatori del settore è chiaro che questo schema non è nuovo. Export control e sanzioni sono stati progressivamente “weaponized”; trasformati da strumenti regolatori in leve di politica estera e di pressione competitiva. La traiettoria del commercio internazionale suggerisce che la stessa logica si stia ora estendendo ad aree fino a poco fa presidiate quasi esclusivamente dalle autorità doganali: origine preferenziale e non preferenziale, classificazione tariffaria, valore in dogana, dazi antidumping e compensativi, catene di fornitura esposte al rischio di lavoro forzato.
È un’evoluzione che va letta anche in chiave geopolitica. Strumenti nati con finalità tecniche e fiscali vengono utilizzati in modo sempre maggiore per esercitare pressione sui partner commerciali o per introdurre surrettiziamente restrizioni agli scambi, anche sottoforma di nuove tipologie di Non-Tariff Barriers (“NTBs”). Per le imprese, questo significa che il rischio geopolitico non è più una variabile esterna da osservare a distanza, ma un fattore sempre più interconnesso all’ambito della trade compliance – e come tale va mappato, monitorato e presidiato.
Per le aziende europee, e italiane in particolare, con interessi commerciali rilevanti negli Stati Uniti, questo cambio di passo merita attenzione concreta. Non si tratta semplicemente di adeguarsi a nuove norme, ma di verificare che le pratiche esistenti reggano ad attività di verifica (e, potenzialmente, enforcement) che sta spostando il suo baricentro dalla CBP (i.e., autorità doganale) alle procure federali.
Tematiche su cui, pertanto, è altamente consigliabile porre adeguata attenzione e risorse aziendali sono:
- classificazione doganale delle merci esportate verso / importate negli USA – documentata e difendibile?
- programmi di origine preferenziale utilizzati (USMCA, GSP, accordi bilaterali) – applicazione corretta?
- supply chain – verifica rispetto al rischio forced labor, anche alla luce delle normative statunitensi e unionali sul tema?
Esistono, in sintesi, procedure interne di trade compliance proporzionate all’esposizione al mercato USA?
Il contesto regolatorio internazionale si sta irrigidendo su più fronti contemporaneamente. Chi si trova attrezzato, con policy aggiornate, due diligence documentata e un presidio interno o esterno competente, sarà in grado di gestire le richieste delle autorità. Chi non lo è, espone il business a rischi che fino a poco tempo fa erano semplicemente remoti.
I professionisti dello Studio Legale Padovan, che vantano un’esperienza ultradecennale nell’ambito delle sanzioni economiche internazionali, del diritto doganale e dei controlli sulle esportazioni, sono a disposizione per assistere gli operatori interessati nella valutazione e nella gestione degli adempimenti.